L’osservazione del bambino in ambito educativo e psicoterapeutico

attaccamentodi Leonardo Angelini

da: Leonardo Angelini e Deliana Bertani “Il bambino che è in noi – Percorsi di ricerca al nido e nella scuola per l’infanzia in provincia di Reggio Emilia, Unicopli, Milano, 1995

1. Emergere storico dell’ infanzia attuale e osservazione

L’infanzia, così come noi oggi la vediamo, non è sempre esistita.Se noi infatti volgiamo lo sguardo all’ infanzia da un punto di vi­sta storico ci accorgiamo che fino ad un certo punto, nella società occidentale, lo spazio attualmente occupato dall’infanzia è uno spazio vuoto.
Con ciò non si vuol dire che in passato non vi fosse un problema dell’infanzia, ma semplicemente che lo spazio da essa occupato nella società era un altro spazio. Anzi, ad onor del vero, andrebbe detto che ogni società ha avuto un proprio spazio entro il quale collocare l’infanzia.
Questa esigenza di definire un posto, un luogo in cui collocare il bambino può esser vista come assimilabile al tentativo che, in generale, ogni società fa di definire e dare senso non solo a se stessa, ma anche a tutto ciò che ai suoi occhi appare come alterità.
Il bambino infatti in ogni società appare sotto le vestigia dell’al­terità e sono note tutte le manovre di evitamento, di avvicinamento, di esorcizzazione, etc. connesse con il percorso “concepimento – ge­stazione – nascita – educazione” non solo da un punto di vista etno­logico (Van Gennep, Magli, Nora) e storico (De Gubernatis) ma anche qui e ora (Angelini et. al. 1984, Gasparini e Molinaroli): segnali inequivocabili che ci si trova di fronte ad una alterità angosciante che va ricondotta nell’ambito dell’esperienza più domestica.
Perciò, se vogliamo comprendere fino in fondo le ragioni dell’emer­gere dell’infanzia attuale, perchè essa occupi un dato spazio e non un altro, ed infine per quale ragione determinati soggetti (e non altri) si pongono oggi di fronte ad essa in qualità di osservatori, non possiamo esimerci dal vedere la situazione da un punto di vista storico.
Ed immediatamente il pensiero va all’indagine storica di Ariés che può esser vista proprio come un tentativo di spiegazione dell’e­mergere di quello che lui chiama “il sentimento moderno dell’infanzia”, che è poi il “modello” di infanzia in base al quale nella società occi­dentale, da un certo momento in poi (secondo Ariés a partire dal 1200 circa) si comincia ad osservare il mondo infantile. Ebbene vi è nel processo descritto da Ariés un duplice movimento che, a mio avviso, va distinto.
Innanzitutto vi è un movimento di emersione, come dicevamo prima: emersione poiché lo spazio da essa occupato precedentemente (nella Tarda Antichità e nell’Alto Medioevo, secondo Ariés) era uno spazio som­merso e cioè non investito di significati che si riteneva dovessero esser messi in parola scritta o in un qualche “segno”, in una qualche “icona” che si riteneva degna di essere tramandata (non è un caso che la ricerca di Ariés sia innanzitutto una ricerca iconografica).
Ma vi è anche un movimento che, prendendo a prestito un termine pro­prio dell’astronomia, potremmo definire di rotazione, di modo che lo spazio da essa occupato che prima (vedi sopra) era in ombra, oggi, grazie a questo movimento rotatorio, è in piena luce.
Emersione, dunque, e rotazione: per comprendere meglio il meccanismo di questo strano “astrolabio” può esser di soccorso una conversazione di Ariés con Pontalis e Gantheret. In questa occasione Ariés sti­molato dai suoi interlocutori sembra suddividere la storia dell’inte­resse degli adulti occidentali per l’infanzia in quattro grandi periodi.
Si va da un primo periodo, quello greco-romano, in cui il bambino, se­condo Ariés, occupa un posto importante nella cultura, ad un secondo periodo, quello appunto della tarda Antichità e dell’Alto Medioevo, in cui esso sembra tornare in ombra, ad un terzo in cui emerge il “senti­mento moderno dell’infanzia” ed è quello che dal 2/300 viene quasi ai nostri giorni, fino all’apparire all’orizzonte oggi di un 4° periodo in cui, secondo Ariés, il bambino ritornerebbe in ombra e si andreb­be verso una vera e propria eclissi del sentimento moderno dell’infanzia e verso una nuova epoca buia in cui le “icone” che prevarrebbero sarebbero quelle della violenza ai minori, o, nella migliore delle ipotesi, si andrebbe verso una loro marginalizzazione nell’immaginario adulto.
Ora a me pare che in un’epoca in cui l’osservazione del bambino rag­giunge toni parossistici (per ragioni che cercheremo di vedere in seguito) parlare di marginalizzazione dell’infanzia sia quanto meno singolare, e probabilmente frutto di un giudizio moralistico.
Ma ciò che mi preme sottolineare qui è la meccanicità e lo scarso impegno sul piano interpretativo che Ariés mostra di avere in propo­sito. Ad una domanda dei suoi interlocutori che cercano di sapere a che cosa Ariés attribuisca tali oscillazioni, lo studioso francese risponde:
“Non ho spiegazioni disponibili e mi guarderei bene dal proporne: forse è passato il tempo delle grandi spiegazioni generali. Constato correlazioni, alcune puntuali, altre più generali. Ad esempio, mi sembra che esista una correlazione fra il sentimento dell’infanzia, ed il ruolo della scuola, vale a dire della cultura scritta” (Ponthalis e Gantheret, pag. 6).
Ebbene certamente vi è in questa risposta di Ariés un esempio della sua capacità di cogliere degli elementi di correlazione fra eventi a prima vista disparati e che poi, grazie all’impianto strutturale di lettura da lui usato, vanno ad agglomerarsi in costellazioni di per sé significative e molto utili per la comprensione della genesi e dello sviluppo di fenomeni quali “il sentimento moderno dell’infanzia” (Ariès) (1)
Ciò si rivela molto utile sia come inventario di manovre sull’infanzia, di immagini dell’infanzia in una determinata epoca storica, sia come lettura, interpretazione del significato che in quell’epoca l’infanzia assume per gli adulti.
Ciò che non convince è l’insieme delle correlazioni fra quelle considerazioni fatte su quel periodo storico, di fronte all’emergere di quell’infanzia e di quegli osservatori dell’infanzia, e le considera­zioni più generali sugli stessi argomenti.
Ariés cioè non sembra rendersi conto che il processo di emersione dell’infanzia si ripropone in ogni società ed in ogni cultura poiché cambiano le basi materiali e spirituali che producono le infanzie. E soprattutto Ariés non sembra esser cosciente del fatto che ciò che prima è stato da me definito come movimento di rotazione, e cioè di passaggio dell’infanzia da zone d’ombra a zone in piena luce, e vice­versa, in effetti, in prima approssimazione, non è altro che la rap­presentazione del profondo senso di ambivalenza con cui le varie so­cietà affrontano l’alterità-infanzia, ma più precisamente va inqua­drato in una analisi più puntuale delle correlazioni, ma anche delle discrasie con cui sul piano storico concreto tale ambivalenza viene elaborata, società per società, cultura per cultura.
Come direbbe Devereux ogni società ha un proprio “carattere etnico” che varia da cultura a cultura, e anche nel dispiegarsi storico di ogni cultura. Connesso ad ogni carattere etnico vi è un “inconscio etnico”, inte­so come l’insieme “di tutto ciò che, in conformità alle esigenze fondamentali della sua cultura, ogni generazione impara a rimuovere e che, a sua volta, costringe poi la generazione successiva a rimuovere.
Tale segmento cambia col cambiare della cultura e si trasmette come si trasmette la cultura, mediante una sorta di “insegnamento” e non biologicamente, come invece dovrebbe trasmettersi l’ “inconscio razziale” di Jung”. (Devereux, pagg. 25 – 26)
In breve cioè vi è da una parte un problema universale che lo stesso Devereux ha definito come l’insieme degli impulsi e dei desideri edipici e controedipici che i genitori (e cioè gli adulti di ogni generazione) nutrono nei confronti dei loro figli, impulsi e desideri profondamen­te ambivalenti ed angoscianti.
Dall’altra un dispiegarsi di tale problema universale sul piano stori­co (ed etnologico) attraverso il continuo riformularsi di vari model­li di ‘inconscio etnico” che variano come si diceva prima, e che, a mio avviso, possono autorizzare interpretazioni e correlazioni meno timide di quelle avanzate da Ariés nel confronto fra le varie culture.
Così come vi è un dispiegarsi di soggetti, di istituzioni, di pratiche, ed infine di discipline e di protocolli che possono aiutarci a dare delle risposte alle tre domande sull’osservazione poste prima.

Ora non è assolutamente mia intenzione affrontare un tema di questo genere da un punto di vista storico: m’intriga moltissimo, ma non ne sarei capace.
Ugualmente mi preme però stendere una ipotesi di ricerca affinché io stesso, e con me il lettore, possiamo almeno intuire in quale direzio­ne vadano cercate le risposte al triplice interrogativo iniziale, e cioè: 1) il perchè dell’emergere dell’infanzia attuale; 2) perchè quest’infanzia occupi lo spazio che attualmente essa ha nella nostra società; 3) per quale ragione gli osservatori che oggi si pongono di fronte ad essa siano questi, e non altri.
a) Ebbene innanzitutto io penso che tale ipotesi vada posta a par­tire da una analisi dei luoghi in cui una entità osservante delegata a questo compito dalla società entra in un rapporto con il bambino.
b) in secondo luogo andrà analizzato perchè una data società sente in quel momento di svolgere quelle osservazioni e non altre, per quali fini esse avvengono, quali funzioni esse assolvono, secondo quali cerimonie vengono organizzate, etc.
c) Impostato così il problema e, limitandoci alla società occiden­tale, si tratterà poi di capire come le correnti edipiche e controedipiche che investono il mondo di noi adulti si suddividono fra parti che possono essere riconosciute ed affrontate e che perciò en­trano a far parte del “carattere etnico” (Devereux) di una data cultura in un dato momento della propria storia, e parti che invece sono rimosse e vengono a formare l”‘inconscio etnico” al­trettanto culturalmente e storicamente definito.
d) Ma un altro passo ineludibile è quello dell’analisi dei perchè di una distribuzione discriminata dei saperi, e cioè dei nessi esistenti, all’interno di una data società, fra discriminazione dei saperi e osservazione.
Infatti, come la ricerca archeologica ed etnologica va dimostrando, anche in una mitica società primitiva senza classi e con una rudimentale suddivisione del lavoro sociale è sempre possibile individuare delle sia pur parziali istanze preposte alla tra­smissione del sapere, che è fin dall’inizio trasmissione di­scriminata, per cui vi è una parte della società che ha delle conoscenze ed un’altra che non ce l’ha (James).
All’inizio questo discrimine può essere rappresentato dall’ap­partenenza all’una o all’altra fascia di età, o all’uno o all’altro sesso.
Successivamente, a livelli di suddivisione del lavoro sociale via via più complessi ed adatti ai cambiamenti nel frattempo intervenuti a livello naturale e spirituale, la discriminante diventa organica alle ragioni materiali e spirituali che l’hanno prodotta e si manifesta non più solo a livello delle fasce d’età e dei sessi, ma anche a livello dei vari milieux sociali che da tale complessità sono prodotti.
e) Qualsivoglia sia però il tipo di società si può pensare, almeno in via ipotetica, alla presenza di alcune costanti: 1) la presenza di determinati soggetti “speciali” delega­ti dalla società, preposti al percorso concepimento – gestazione – nascita – educazione;  2) la presenza di istituzioni, di pratiche di cerimonie preposte ad affrontare ciascun elemento di questo percorso; 3) la natura discriminata dei saperi trasmessi a seconda dell’età, del sesso, della classe di appartenenza dei soggetti nei confronti dei quali tali pratiche sono dirette; 4) la connessione fra gli obiettivi impliciti in tali prati­che e la immagine che ogni società ha di se stessa; 5) ed infine la presenza in ogni società di un inconscio et­nico che tende a riemergere e ad essere affrontato secon­do modalità cultural-specifiche.
f) Detto questo però si può forse, a chiusura del presente para­grafo di carattere storico, entrare nel merito per un momento dei contenuti per fare una constatazione che è desumibile dalle indagini non solo di Aries ma anche di diversi storici delle società pre-industriali.
Il percorso “concepimento – gestazione – ­nascita – educazione” fino a non molto tempo fa (e precisamente fino alla nascita delle varie discipline che organizzano l’os­servazione e l’intervento sull’infanzia su base scientifica) sembra “ab initio” esser scisso in due tronconi: da una parte vi erano le cerimonie, i riti, le osservazioni, gli interventi riguardanti il concepimento, la gestazione, la nascita e la educazione fino a 6/7 anni che erano nelle mani delle donne, dall’altra l’educazione dai 6/7 anni in su, che è sempre stata nelle mani degli uomini (nonché dei governi e delle istituzio­ni statali). Cercheremo di riprendere in seguito queste consta­tazioni confrontandole con la situazione attuale.

2. L’osservazione del bambino piccolo nell’ambito delle discipline scientifiche.

Anche la società attuale ha una propria modalità di osservazione che Anche la società attuale, cioè, va elaborando in maniera cultural­mente specifica e storica l’angoscia che nasce nelle proprie compo­nenti adulte e che deriva dall’esistenza delle correnti edipiche e controedi­piche.
Per cercare di comprendere quale è questa specifica e storica moda­lità vediamo come si manifestano le costanti di cui al paragrafo precedente oggi, nella nostra società.
1) Innanzitutto diamo un’ occhiata ai soggetti “speciali” preposti all’osservazione lungo il percorso “concepimento – gestazione – nascita – educazione”: ebbene si è assistito negli ultimi secoli ad un crescente fenomeno di pro­fessionalizzazione e di specializzazione di questi soggetti.E’ la città proto-capitalistica che ha prodotto dapprima dei di­spositivi funzionali all’ “igiene della città”, successivamente dei dispositivi scientifici che hanno professionalizzato e molti­plicato le figure che lungo tutto il percorso, lentamente dappri­ma, impetuosamente oggi, osservano a vario titolo il bambino.
Dall’immagine della Salpetrière come luogo di ricovero di tut­ti coloro (compresi i bambini orfani o abbandonati) che non col­laboravano a mantenere vivo il clima di laboriosità della città delle manifatture e dei commerci, si è passati gradualmente alla na­scita delle varie istituzioni specifiche per l’infanzia (orfano­trofi, reparti infantili dei manicomi, scuola statale, scuola ma­terna, ed in ultimo Asili Nido e strutture psicoterapeutiche e riabilitative pubbliche per l’infanzia) (Angelini, 1984), che hanno crea­to uno stuolo di professionisti e di osservatori ormai mastodon­tico.
L’ultima spinta accelleratrice è venuta con la nascita dello stato del Welfare e del “territorio”, inteso come luogo in cui osservatori ed osservati. professionisti ed utenti sono in un rapporto definito in base alle esigenze di una società che si preoccupa di osservare e regolamentare aspetti crescenti della vita privata di ognuno in base a criteri di equità nella distribuzione delle risorse prelevate ai cittadini-contribuenti attraverso i sistemi di esazione diretta o indiretta.

2) Venendo alle pratiche, alle cerimonie che in queste istituzioni si svolgono penso sia possibile affermare che in maniera crescen­te esse siano disposte in modo tale da osservare scientificamen­te ogni tratto di questo percorso (2).
Vale a dire che ad una molteplicità di professionisti, di tecni­ci corrisponde una uniformità di stili di osservazione, uniformi­tà che è data dal presupposto scientifico che informa di sè ogni disciplina, ogni professionista. Le origini di un simile modo di osservare (e di intervenire) vanno ricercate nel lento processo di emancipazione dal pensiero religioso di una parte del pensiero laico, e più precisamente del pensiero razionale.
L’osservazione sperimentale di tipo galileiano, inizialmente ado­perata per analizzare gli esseri inanimati è andata espandendosi a dismisura uscendo ad un certo punto dai laboratori, impregnando di sè anche quella che poi sarà chiamata “ricerca sul campo”, ed inglobando alla fine anche l’osservazione dell’ uomo dando così origine alle scienze umane e sociali, che in questo modo hanno finito col porre il proprio oggetto di osservazione (l’uomo, i gruppi umani) di fronte alle entità speciali osservanti, che mano a mano intanto andarono emergendo, allo stesso modo con cui si pone un corpo celeste, un minerale, un albero, un animale.
Si può dire cioè che tipica dell’osservazione (sperimentale) scientifica è la riduzione dell’uomo ad un essere inanimato o in ogni caso ad un essere che è possibile osservare dall’esterno.
Ma l’ oggettivazione dell’ uomo, così come del resto l’ allontanamento da sè degli oggetti inanimati o animati della natura, non è che un tentativo di elaborare le ansie e le angosce, gli impeti ed i desideri che l’entità scientifica osservante sarebbe portata a sentire di fronte ad essi in quanto entità, in ultima istanza, essa stessa umana e quindi capace non solo di analizzare razional­mente ma anche di sentire, di provare emozioni e sentimenti.
Per cui le cerimonie che, in base alla oggettivazione ed all’al­lantanamento da sè, sono messe in atto possono esser viste come la modalità specifica, propria dell’osservazione scientifica, di af­frontare tali ansie e tali angosce.

3) Più difficile diventa oggi, individuare se vi sia ancora una dif­fusione discriminata dei saperi o meno – la nascita e lo svilup­po del “Welfare” infatti sembra destinata proprio a colmare gli svantaggi, le discriminazioni, dovute a ragioni di censo, di sesso etc..
Conseguentemente, ogni aspetto dell’osservazione sembra volto ad individuare ogni indizio che lasci trasparire una discriminazione, uno squilibrio, onde poter intervenire: il più precocemente possi­bile, in termini riparativi e compensativi, in ambito educativo, sanitario, assistenziale, etc.
E certamente è possibile individuare una simile preoccupazione compensativa in ogni ambito delle scienze e delle tecniche che si in­teressano dei soggetti che sono incontrati lungo il percorso “concepimento – gestazione – nascita – educazione”: in ambito sia pe­dagogico che didattico per quanto riguarda l’educazione, nella ri­cerca scientifica che avviene in ambito psicologico, psichiatri­co etc., così come nelle tecniche psicoterapeutiche, nella psi­copatologia dell’apprendimento etc. (la stessa cosa presuppongo avvenga in ostetricia e ginecologia); nell’ambito della ricerca sociologica, così come nelle tecniche di intervento dei social worker.E pure, nonostante questa spinta compensativa che anima tutti questi professionisti e che pure produce frutti importanti sul piano delle esigenze di uguaglianza cui tutti gli utenti, tutti i fruitori dei servizi ugualmente aspirano, mi pare che si pos­sa dire che una nuova discriminante sembra emergere oggi.
Infatti la vera e propria coazione ad osservare, a testare, a valutare (Angelini 1985/86), (quel fenomeno che Baudrillard chiamava “voyeuri­smo dell’esattezza”) che, come dicevamo prima, raggiunge oggi to­ni parossistici, nello stesso momento in cui tenta di ricondurre nelle tranquille pareti “domestiche’ dell’osservatore ogni aspetto che può essere “addomesticato” secondo i criteri scientifici dell’ osservazione moderna, lascia fuori, al di là della porta di “casa”, molti aspetti che dato il punto di osservazione scelto, ri­sultano non addomesticabili (Napolitani).
Mi riferisco al bambino come “vortice istintuale” della Mannoni o al bambino come portatore di una alterità irriducibile con la quale è possibile definire solo un rapporto basato sulla definizio­ne di una area, a noi periferica, di “gioco condiviso” e prima an­cora sul rispetto, da parte nostra, dell’area transizionale che e­gli va costruendo lungo il processo di individuazione-separazione (Winnicott).
4) e 5) – E’ su quest’altra faccia del bambino, che, per la sua eccentricità rispetto alla parte più oggettivabile, risulta perennemente nascosta all’osserva­tore – scienziato, che avviene una nuova discriminazione. Perché questa parte di cui lo scienziato non si cura e che dal tecnico scientista viene addirittura negata intanto continua ad esistere e non può essere ridotta a zona in cui non è possibile andare perchè “hic sunt leones”, se non altro perchè altrimenti il ritorno del ri­mosso si presenta come sintomo, come problema, come esigenza ancora più angosciante e indecifrabile.
Ma soprattutto perchè questa parte ha bisogno di entrare in rap­porto con l’adulto, cioè con una entità osservante, interpretante e disposta al coinvolgimento emotivo.
Altrimenti il risultato è deleterio per le esigenze che il bam­bino ha sul piano della formazione del sé, finché è infante so­prattutto, ma anche dopo.
Allora, poiché da una parte i tecnici scientisti che operano nel­le istituzioni rinunciano a svolgere questo compito, dall’altra la struttura familiare e l’educazione monocentrica hanno sempre meno possibilità di svolgerlo compiutamente (Mitcherlich), le discrimina­zioni nella distribuzione dei saperi si manifestano oggi come for­mazione di un sè più o meno critico e capace di porsi autonomamente di fronte alla società, a seconda di come da parte dei tecnici e delle famiglie viene affrontata quest’altra faccia del bambino, questo lato invisibile della luna, invisibile poiché l’osservatore scientista non si decentra mai da se stesso e tutto tenta di ridur­re e ricondurre ai suoi protocolli osservativi, alle sue griglie, al suo adultocentrismo (Becchi), frutto di una esperienza adulta vissuta in termini di scissione e di rimozione di ogni indizio che rimandi al vortice istintuale.
Il carattere etnico della società tardocapitalistica è cioè incentrato, per quanto riguarda il rapporto con l’infanzia, sulle ceri­monie di oggettivazione e di allontanamento e l’inconscio et­nico ritorna come altra faccia della luna oscura a noi solo per­chè da parte nostra non vi è disposizione a decentrarci ed ad entrare in contatto con essa, attraverso quella “sonda lunare” che va sotto il nome di gioco e che non va visto riduttivamente come un insieme di tecniche, ma come un luogo in cui l’educatore , il terapeuta – e più in generale l’adulto – possano con tutta la pienezza del proprio Sè condividere insieme al bambino uno spazio in cui la dimensione affettivo – immaginativa sia in primo piano.
Ed allora quelle sezioni di infanzia, appartenenti a taluni mi­lieux sociali e culturali che hanno per svariati motivi meno timore a lanciare tali “sonde”, saranno più avvantaggiate delle altre nel definire un percorso di crescita psicologica autonomo e critico nei confronti dell’esistente. Questa è la discriminante odierna: autonomia contro eteronomia, criticità contro “adattamento”.
Discriminante che, si badi bene, non sostituisce ma si aggiunge a quelle precedenti dovute all’età, al sesso ed al censo.
Anche l’antica scissione che nel percorso vi era fra una parte al femminile ed un’altra (l’educazione dai 7 anni in su) al maschi­le tende oggi a riproporsi in termini nuovi.
Infatti se da un lato il sapere razionale impregna di sè ogni cosa che lungo questo percorso può essere incontrata e diventa la nuova sintesi che direttamente e freddamente seleziona, discrimina, normativizza, scarso è lo spazio che rimane al sapere ermeneutico.
E’ per questo che ad una smisurata folla di osservatori e di tecnici non corrisponde altro se non un insieme di cerimonie, tutte uguali a se stesse, poiché basate sugli stessi principi difensi­vi di razionalizzazione, che paradossalmente lasciano solo il bambino, o almeno quella parte del bambino che non può essere controllata, misurata, testata, oggettivata.
Penso che, per fare qualche esempio, questi siano i rischi del­l’approccio piagettiano (Becchi), così come di quello etologico (D’Odorico). ­
Con ciò non voglio assolutamente dire che genetisti ed etologi siano “da buttare”, anzi. Approcci di tipo oggettivante intanto hanno il pregio di fotografa­re molto bene il luogo in cui l’infanzia odierna viene posta e cioè di definire degli osservatori “astronomici” di assoluta pre­cisione ed efficacia. In secondo luogo spesso si prestano ad applicazioni particolarmente semplici da apprendere ed utilizzare per muoversi intanto verso il bambino, o meglio, verso la parte visibile del bambino: è nota l’efficacia formativa, non solo in campo educativo, dell’osservazione “carta e matita” per esempio, così come è grazie alle os­servazioni di tipo etologico con videocamera che è stato possibi­le studiare e certificare l’esistenza dei più vari fenomeni che attengono al comportamento manifesto del bambino piccolo (per restare nel nostro campo) (Camaioni) (D’Odorico) (Ricci Bitti). Ma soprattutto penso si possa dire in generale che l’approccio genetista, così come l’etologia umana ed ogni altra scienza che affronti il problema della significazione di tutto ciò che avviene nel processo secondario, permettono di definire una chiave di lettura, e quindi di interpretazione della “faccia visibile della luna” che poi apre la strada alla più disparate e feconde pratiche sul piano pedagogico, psicologico e sociale.
Resta però la assoluta inefficacia dei metodi osservativi di tipo oggettivante nei confronti di quella che abbiamo definito come “l’altra faccia” dell’infanzia.
E’ la psicoanalisi che va esplorando i processi di significazione così come essi si determinano nel processo primario, e ciò va facendo – tra mille difficoltà – a partire da un approccio ermeneutico che ha modalità di indagine e di osservazione “altre” rispetto a quelle delle scienze che si interessano dei processi di significazione nei processi secondari.
Perciò appare come assolutamente immotivata la pretesa degli scientisti di coprire da soli tutto il campo della significazione e del simbolico.
Così come appaiono inaccettabili atteggiamenti quali da una parte la negazione della natura interpretativa delle proprie osservazione canoniche, e dall’altra in misconoscimento di ogni sapere, come quello ermeneutico, che tragga la propria “scienza” al di fuori dei canoni propri del positivismo scientista.
Poiché la psicoanalisi stessa però porta dentro di sè fin dalla nascita la contraddizione fra i due stili osservativi – quello oggettivante e quello ermeneutico (Borgogno) (Napolitani) – diventa difficile spesso abbandonare il primo stile per il secondo, in quanto che il primo ha così impregnato di sè ogni proposito osservativo, è diventato così domestico da spingere spesso anche gli psicoanalisti ad una sorta di pigrizia. Eppure è solo lo spostamento dell’ osservatore dalla comodità del punto di osservazione domestico all’azzardo verso la ricerca di un punto di osservazione sempre mobile ed eccentrico che può permettere un secondo tipo di osservazioni, quelle di carattere psicoanalitico.

3. L’osservazione psicoanalitica fra oggettivismo e soggettivismo.

Anche la psicoanalisi, dicevamo, a causa delle sue origini a metà strada fra scientismo ed ermeneutica, riproduce fin dall’inizio al proprio interno un filone oggettivista che nelle sue ali più estreme non è molto lontano dall’approccio scientista.
Così nel campo della psicoanalisi infantile è possibile riscontrare da una parte un filone che parte da Anna Freud e dall’analisi delle difese per giungere soprattutto con la “psicologia dell’Io” di Hart­mann, a sottovalutare la voce dell’Es ed ad incentrare tutta l’ana­lisi sui sistemi di funzionamento delle funzioni autonome dell’Io, e quindi, in ultima istanza, sui meccanismi dell’adattamento.
Dall’altra un secondo filone che ha il suo caposaldo in Melania Klein e nella scuola inglese che, come dice Cramer, ha come “idea­le dell’Io epistemologico” l’approccio metaforico, con tutti i limi­ti che nell’approccio metaforico sono impliciti: primo fra tutti il fatto che l’ambito in cui nasce la metafora è sempre dentro l’osservatore e perciò, come ha ampiamente dimostrato Egle Becchi, potenziale portatore sempre di una inerzia e di una pigrizia inter­pretativa che finisce con il definire l’altro in base alla parola del proprio “domi”.
E ancora: da una parte, cioè da parte degli oggettivisti, nel concetto di autonomia di funzione, come dice Cramer, è possibile riscontrare una implicita tendenza alla reificazione, all’oggettivazione ed alla separazione fra ogget­to e soggetto “poiché il concetto di autonomia di funzione rinfor­za l’aspetto di variabile indipendente delle varie funzioni” e la definizione di un’ area aconflittuale che semplicemente non esiste.
Ma ciò comporta una attenzione minore “verso tutto il problema del fantasma inconscio”.
Ciò che viene osservato è “quasi esclusivamente” la struttura dell’Io. Ma questa analisi – che come è dimostrato dalla stessa modalità visiva dell’osservazione, è un’analisi più della forma che del contenuto ­(Cramer) – finisce con il “mettere fuori centro” il soggetto.
E’ perciò che i rischi insiti nell’approccio oggettivista non sono solo la ricaduta nel vizio scientista di pigrizia e di “geocentri­smo” adulto, ma soprattutto l’apparentamento con la teoria sistemi­ca della complessità. Nell’una come nell’altro approccio infatti il soggetto scompare come istanza autonoma ed unitaria (Barcellona) per di­venire o la sommatoria di vari sottoinsiemi in equilibrio dinamico, o un elemento sub-sistemico di un complesso più vasto la cui ragio­ne ugualmente sfugge al soggetto.
Dalla parte dei soggettivisti vi è però il rischio opposto di un interpretazione del mondo (infantile) in base ad una apparato metaforico che apparente­mente implica uno sforzo interpretativo, ma che in effetti è ugualmente impregnato di un vizio di pigrizia nel processo di decentra­mento che l’approccio intuizionista-interpretrativo comporta.
Diego Napolitani parla in proposito del rischio di interpretare in base a griglie interpretative pre­confezionate che implicano una riduzione dell’alterità dentro le ma­glie domestiche del già conosciuto e del già interpretato.
E’ possibile così definire un “critico secondo tradizione” che riduce il soggetto osservato ad essere “attore secondo copione” in una falsa dialettica fra due entità che in effetti da una parte vedono quel che sono stati “in-segnati” a vedere e dall’altra finiscono con l’ agire secondo quanto ci si aspetta da loro.
Certo in entrambi i filoni è possibile individuare varie posizioni. Cosicché nel primo filone, quello oggettivista, è possibile individuare una gradazione di posizioni che van­no da quelle “sistemiche” della psicologia dell’Io, allo spe­rimentalismo scientista di Spitz, alle più feconde posizioni della Malher. Mentre le ultime “mappe” di Stern sembrano più appartene­re ad un sapere diagnostico, di tipo medicale, che ad un sa­pere dialogico.
E, d’altro canto, è possibile distinguere nell’ambito degli intuizionisti, dei soggettivisti un ampio spettro di posizio­ni che vanno dagli epigoni kleiniani che rischiano ad ogni passo di trasformare le metafore vive della Klein in metafo­re morte, all’approccio (inter) – attivo di Winnicott che non distingue fra osservazione e procedimento terapeutico e tende e continuamente a ridefinire un’area di “giocowinnicott condiviso” fra terapeuta e bambino come unico tentativo di comunicazione fra quelle parti “altre” che sono in noi ed in lui.
In una cosa non condivido però l’approccio critico di Cramer, che pure ho ampiamente utilizzato fin qui nel descrivere que­sti due filoni.
Nel tentativo di definire i pregi dell’approccio malheriano moderatamente oggettivista Cramer infatti elenca un insieme di simboli, a suo dire, decifrati che emergerebbero dall’ap­proccio malheriano, riferendosi in particolare alla decifra­zione del “melting”, dell’irrigidimento, degli inizi della deambulazione, del riavvicinamento.
Ebbene se ciò fosse vero in assoluto se cioè tali gesti, tali posture, tali aspetti del linguaggio non verbale fossero così univoca­mente e transculturalmente definiti e decifrati allora sarebbe ben vero che non esiste altra faccia della luna, che non vale la pena spostarsi, decentrasi, osare, poiché tutto è già stato detto e in­terpretato e non vi è più alcun luogo al di fuori di questo, alcuno spazio se non quello già scandagliato e riprodotto in precise mappe dai ricercatori che ci hanno preceduto.
Ma ciò sappiamo che non è vero poiché, come abbiamo cercato di di­mostrare nel primo paragrafo, alla universalità delle componenti edipiche e controedipiche corrispondono tante modalità di definire un carattere etnico ed un corrispondente inconscio etnico quante sono le società e le culture nel loro divenire storico concreto.
Ciò ci autorizza, cioè, a pensare al gioco fra queste due componen­ti culturali come ad un insieme in perpetuo movimento che è prodotto dai concreti soggetti storici che operano sulla scena sociale (e non come dicono i sistemici dalla sommatoria di vari sottosi­stemi in equilibrio dinamico).
In ogni caso vi è nella psicoanalisi un punto di partenza che do­vrebbe facilitare questo viaggio che dal “domi” porta al “foris” o quanto meno rendere meno timorosi i soggetti che si dispongono a questa odissea: si tratta del percorso analitico.
In un loro recente articolo R. Melandri e Secchi cercano di mettere in rapporto la capacità di insight del paziente e l’at­teggiamento interpretativo dell’analista, come dire dei due sogget­ti che stanno intraprendendo il viaggio.
Ebbene secondo questi due autori a seconda dell’emergere nel pazien­te di configurazioni con un buon insight o meno vi è nell’analista una oscillazione fra interpretazioni incentrate sul paradigma del­l’ascolto o del sospetto. Come affermano Melandri e Secchi, da una parte la capacità di insight è un buon indicatore della presenza nel paziente di un oggetto interno osservante, dall’altra la capacità dell’analista di oscillare fra paradigma dell’ ascolto e del sospetto è un altrettanto buon indicatore della presenza nell’ analista di una entità osservante plastica e duttile, prodotto dell’analisi e della formazione permanente.

Ma cosa accade quando il soggetto osservato è un bambino piccolo?
A mio avviso anche, il bambino psicoanalitico col suo “vortice istintuale” può attraversare l’osservante analista o nelle sue parti più domestiche o nelle sue parti più appartenenti al “foris”. Nel primo caso dovrebbe essere più facile che insorga nell’analista il paradigma dell’ ascolto, nel secondo quello del sospetto. Ma può anche accadere a mio avviso che il domi sia trattato come foris e al contrario il foris come domi.
L’esempio dell’identificazione totale col soggetto è lì a dimostrarci la possibilità che accada la prima di queste due ultime ipotesi da noi fatte, così come l’interpretazione acculturante che l’ana­lista può fare del materiale proveniente dai soggetti non apparte­nenti alla nostra cultura dimostra la possibilità che accada an­che il secondo tipo di interpretazione.
Allora qual è la via d’uscita quando, come accade nel caso del bam­bino piccolo, il soggetto osservato non ha possibilità di insight?
La risposta è sempre nel saper oscillare, come dicono Melandri e Secchi, fra i due paradigmi interpretativi dell’ascolto e del so­spetto sapendo però che questo gioco -che, anche di fronte ad un paziente adulto, è sempre un gioco interno- nel caso del bambino pic­colo è un gioco interno che implica un continuo rispecchiarsi in parti domestiche e “barbariche” che dal bambino vengono a noi e di parti domestiche e barbariche che sono in noi, senza la carti­na di tornasole dell’insight del paziente adulto (che però può esser pienamente rappresentata dai movimenti del bambino – e dalle reazioni della famiglia – nei confronti dell’ambiente terapeutico in relazione a ciò di cui noi diventiamo compartecipi quando cominciamo a prenderci cura del bambino stesso).

Note
1) Non dimentichiamo che Aries nella sua indagine è partito dalla lettura di “tranches demografiche” per passare poi al vaglio le “icone”, in cui erano rappresentate immagini storiche dell’infanzia, e per giungere, infine, all’analisi degli scritti sull’educazione e l’accudimento dei bambini in età moderna.

2) Il termine scienza qui viene usato in relazione al significato che esso ha assunto nell’ambito del pensiero razionale, connotando perciò non la conoscenza, ma una forma di conoscenza, quella scientifica che, per le sue pretese di onnicomprensività, a volte tende a divenire scientista.

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